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Vinko Globokar
Trombonista e compositore: sono questi i due
aspetti della figura musicale di Vinko Globokar. Nasce nel 1934
ad Anderny, in Francia, da famiglia slovena. E proprio a Lubiana,
dove torna a vivere tra il 1947 e il 1955, fa il suo debutto come
jazzista, dimostrandosi esecutore d’indubbio talento. Il successivo trasferimento
a Parigi è decisivo per la sua formazione musicale: si perfeziona
in trombone con Andre Lafoss, studia composizione e direzione d’orchestra
con René Leibowitz e Luciano Berio. Ha diretto il dipartimento
di ricerca del suono e voce all’IRCAM, e tuttora tiene corsi
di musica contemporanea a Firenze. L’attività di
compositore (il suo catalogo annovera ormai più di 60 opere),
non ha rallentato quelle di esecutore e di direttore: per lui hanno
scritto musicisti quali Stockhausen, Mauricio
Kagel, Luciano Berio
e Toru Takemitsu, e frequenta abitualmente i podi delle Filarmoniche
di Varsavia e Gerusalemme, delle orchestra delle radio francese,
slovena e danese. «Il mondo della musica coinvolge molteplici
attività: io cerco di abbracciarle tutte»: questa
la definizione programmatica con cui Globokar individua uno dei
due fondamenti del suo fare musica. Che è lo studio dei
rapporti tra la voce e lo strumento (i Discours dal II all’VIII),
tra il testo e la musica (Kolo e soprattutto Voie,
la sua opera prima, del 1966), tra ciò che è scritto
e le potenzialità inventive dell’interprete (Concerto
Grosso, Individuum/Collectivum, dove l’invito
all’improvvisazione è esteso a più esecutori).
Il secondo fondamento è di ordine ideale: Globokar attribuisce
alla musica un ruolo critico verso il mondo. Nelle sue opere trovano
spazio tematiche di ordine sociale o politico (Les Emigrés, L’Armonia
drammatica), da cui possono nuove tecniche compositive, nuova
materia musicale, nuove soluzioni espressive: per Globokar tutti
i modelli organizzativi esistenti nella natura o nella cultura
possono tradursi in musica. Una musica che “non può più essere
tonale. La tonalità è denudata negli ultimi due secoli,
e non c’è modo di restaurarla. Oggi il mondo non può essere
descritto con belle melodie”.
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