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Helmut Lachenmann
Helmut Friederich Lachenmann nasce nel 1935
a Stoccarda, da famiglia protestante; qui studia, tra il 1955 e
il 1958, alla Musikhochschule, iniziando a interessarsi degli esiti
più moderni del linguaggio
musicale. Ma l’interesse della musica risale a quasi un decennio
prima, quando il giovane Helmut, frequentando la messa, rimane
incantato dal suono dell’organo e del coro. Infatti andò a
farne parte, venendo a contatto con un repertorio incentrato soprattutto
su Orlando di Lasso, Heinrich Schütz e gli altri autori pre-bachiani. È del
1957 l’incontro con Luigi Nono, durante i Ferienkurse di
Darmstadt. E fu proprio per seguire Nono che Lachenmann passa tre
anni a Venezia, dal 1958 al 1960. Ulteriori stimoli sarebbero poi
venuti da Stockhausen, durante il corso di Nuova Musica di Colonia.
Dal 1966 inizia la carriera accademica di Lachenmann, svolta soprattutto
tra Stoccarda e Darmstadt; e sempre agli anni Sessanta datano le
prime esecuzione di sue musiche. La
Biennale di Venezia e Darmstadt,
anzi tutte, rivelano l’opera di Lachenmann. Che non è affatto
facile: tutt’altro, è assai esigente (qualcuno ha
addirittura parlato di vera e propria sfida) sia con l’esecutore
sia con l’ascoltatore. I fondamenti della sua musica sono
l’estetica della serialità post-weberniana, la tecnica
puntillistica di Nono, e, quasi retaggio delle sue esperienze d’infanzia,
la classicità. In Accanto ripropone il Concerto
per clarinetto di Mozart, mentre Staub si basa sulla Nona
Sinfonia di Beethoven (ed è per questo che, nonostante la
distanza espressiva e formale, talvolta vengono accostate nello
stesso concerto), mentre Schreiben riprende l’incipit
del wagneriano Rheingold. Questi elementi però non impediscono
a Lachenmann di indirizzarsi verso un linguaggio assolutamente
originale: già dal 1969, con Pression per violoncello
solo e Air per percussioni e orchestra. In generale, si
può dire che alla sua musica manchi quel senso della bellezza
eufonica cui si è normalmente abituati: c’è piuttosto
qualcosa di interessante, un’impressione di ben fatto, che
persuade della qualità di questa musica. Non è una
bellezza immediata, ma è una bellezza che ammicca e chiede
all’ascoltatore, e ancor prima all’esecutore, di essere
scoperta. Tra gli esiti principali e più recenti dell’operosità artistica
di Lachenmann va annoverata senz’altro l’opera-video La
piccola fiammiferaia (2003), nella quale si ritrovano tracce
prepotenti dell’amore di questo compositore per la produzione
dell’ultimo Nono, quello di Prometeo.
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