La nuova Euridice secondo Rilke (2015)

per soprano e orchestra 

 

Evocando il mito inaugurale del melodramma, questa parola nuova, insieme al progetto dichiara la volontà che lo muove; opera su opera, ho formato un repertorio che si è diffuso. Ho proposto uno stile vocale d’invenzione, con nessun passato alle spalle: oggi esso continua ad affacciarsi verso prospettive un tempo non pensabili.
Non trovo alcun ricordo di come adolescente m’imbattessi in Rilke. Mi riaccostai a lui per la complicità di un libricino ricevuto da Nono, generoso anche nelle dediche. Durante una prova a Firenze, mi portò Il Diario Fiorentino, uscito fresco fresco: nel risvolto scrisse il segno d’infinito che univa le nostre amicizie e le prime esecuzioni; a Nono piaceva che Rilke lo guidasse nelle passeggiate di quei giorni. Mentre cominciavo a studiarne sistematicamente le poesie, si resero necessari tali continui confronti con i testi originali che, poco dopo l’83, finii col tentare singole versioni di Sonetti a Orfeo.
Non ero uno scrittore (ora lo sono mio malgrado) e sarebbero passati quasi trent’anni di corteggiamento prima ch’io ponessi mano a Orpheus, Eurydike, Hermes per musicarla. E la tradussi.
La cantata ora è pronta e non riporta integralmente i versi. Durante la composizione son stati adattati alla drammaturgia scattante che sempre inseguo; quindi limitate riduzioni, neppure previste all’atto di iniziare, ma anche ritorni e simmetrie provocate. E in fondo, a sigillare il lavoro, ha breve posto un secondo movimento, un congedo rituale (l’inno Alla Musica).
Secondo la tradizione, Orfeo perde due volte la sua donna. Egli infrange i patti sacri e si volge indietro, incalzato da un’Euridice dubbiosa della passione di lui. Inversa l’interpretazione rilkiana: sarà l’insicurezza d’Orfeo a portare l’impresa al fallimento, poiché impazienza e paura lo divorano.
Egli è un trasgressore, ha scavalcato i confini della vita, conquistato da eroe gli Inferi col canto. Eppure, durante la risalita alla luce, la sua audacia crolla, le mani si rattrappiscono, inerti alla musica, fors’anche un po’ di morte gli s’è attaccata addosso. Rilke non dona un volto a Orfeo, né lo guarda in faccia, probabilmente per non riconoscersi, lo evita come fosse la sua Medusa; non ci spiega, il poeta, la sofferenza di Orfeo, semplicemente ci fa partecipi dei suoi sensi in delirio. Un equilibrio assai fragile distingue gli artisti fin dai primi smarrimenti: si sentono incompresi, insoddisfatti.
Brodsky ha scritto un intero saggio su questa poesia e la include fra i capolavori del secolo scorso nascente [Novant’anni dopo, in Dolore e Ragione, Adelphi, Milano 1998]. Tuttavia insiste con una osservazione arbitraria sulla paura del protagonista, supponendo che Orfeo tremi all’idea di ripassare accanto a Cerbero. Simile lettura, sbrigativa oltretutto, sciuperebbe la contigua perfetta metafora dello sguardo d’Orfeo, che si spinge avanti e indietro come corre un cane intorno al padrone - il cane, topos significativo nell’arte greca.
No, lo spavento è dar voce ai morti, perché dare la voce equivale a dar loro vita. La discesa di Orfeo ha sfiorato uno scambio terribile fra quanto in natura è separato: ciò che egli ha appena compiuto, non significa lasciare laggiù un lembo della propria esistenza? Farsi pescatore di anime, un’esperienza disumana dalla quale il musico è ancora sconvolto. Non a caso Clemente Alessandrino chiamava Cristo "il nostro Orfeo".
Ha cantato dinanzi ai potenti del regno oscuro. Quasi che, al termine dell’irripetibile concerto, gli restasse una certezza, che la forza della musica fosse per tutti e non per guarire la propria inquietudine. Poi l’amarezza in gola: li ha commossi e non hanno restituito subito Euridice, anzi gli è stata imposta la condizione di non girarsi.
L’improvvisa coscienza del limite innalzerebbe a una più umana dignità l’Orfeo senza regola di Rilke. Aveva cantato per sé la morte di Euridice. Così intensamente che la sua lira divenne l’asse del mondo [Musica: perpendicolare ai cuori che passano] e generò un mondo solo di pianto, che ruotava con l’altro, quello reale. È il potere proprio della musica, a cui è dolcemente condannato e senz’appello Orfeo: suscitare incanti e illusioni.
Rilke non ha mai nascosto la propria tormentosa sensazione di incapacità artistica. Periodicamente doveva nutrire la solitudine, sottrarsi alla invadente routine di certe relazioni amorose.
Le profondità della terra sono qui rappresentate come un gigantesco organismo, un sistema minerale-vegetale pulsante che estrae, conserva e ridistribuisce ciò che poi è necessario ai vivi. Fuori da ogni agitazione, vicina e lontanissima, Euridice sta seguendo Orfeo. La sua sostanza era già disciolta nella chimica dell’universo; incespica, radice fra radici, pronta semmai a germogliare quando sarà il momento. Gli dei vorranno trasformarla in ritornante fiore, come han fatto con alcuni mortali da loro tanto amati? Ma basta poi la musica a liberarla dai vincoli di morte? Questo il pensiero che spaventa Orfeo, egli sa di non potere.
Pare che l’inspirazione di questa lirica giungesse a Rilke da un bassorilievo classico, al Museo di Napoli. E in effetti il titolo elenca i personaggi come fosse una didascalia, e lungo le strofe le tre figure vengono inquadrate in sequenza. Non soltanto l’artista Orfeo, anche l’ombra sua comprimaria e il dio che la conduce sono chiusi ciascuno in un isolamento totale [Musica: silenzio delle statue].
Unicum letterario, racconto semplice e dinamico, alle soglie del cinema - per intendersi. Tensione dunque, non svolgimento. Infatti se Orfeo è in movimento, non ci troviamo dentro le sue immagini (attenzione: nessuna "ripresa in soggettiva"!) siamo già nella sua mente.
Il compiersi del dramma si rifrange per lo spettatore in un attimo, indiretto e attraverso un gioco di specchi. Qualcuno ha parlato, incrinato il silenzio. Non vediamo Orfeo girarsi, è il dio che esclama: Si è voltato. Sul trasalire scivola l'inconsapevole: Chi? di lei ch'è ormai radice.
Controluce, sconfitto, Orfeo può finalmente sapere ciò per cui smaniava: che alle sue spalle lei c’era davvero. Hermes è l'ultimo a voltarsi. Colui che accompagna le anime, l’inventore della lira (lo strumento che Orfeo suona), starebbe dalla parte del trasgressore: dolente il dio s’avvia con Euridice, riprende all’incontrario il cammino verso il fondo. Invece il voltarsi d’amore è stato simultaneo: quasi Orfeo ed Euridice fossero uno, o le facce incompatibili di un solo pianeta. Ribelle al suo destino, lui per un istante avrebbe preteso di scrutare l’oltre? Per questo si è girato?

 Salvatore Sciarrino


In programma al Teatro alla Scala, domenica 22 ottobre 2017

 

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